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La Farina di Napoli. La forza della tradizione. In questi due concetti è racchiuso il valore dell’Azienda Molino Caputo, nata nel 1924 dall’iniziativa di Carmine Caputo, e cresciuta grazie alla solidità di una famiglia ancorata alla tradizione, alla conoscenza e all’esperienza. Valori che trovano realizzazione nella produzione di una ampia gamma di farine destinate ai professionisti degli impasti dolciari, della pasta e soprattutto dell’arte bianca, con tanti tipi destinati alle differenti lavorazioni.

Per una corretta informazione e a tutela del mercato, del pizzaiolo e del consumatore finale e, in virtù della trasparenza che ha sempre contraddistinto la propria attività, commerciale e di comunicazione, Molino Caputo intende precisare alcuni aspetti inerenti la Certificazione STG, anche in relazione a notizie imprecise riportate giorni fa su alcuni redazionali.

L’Associazione Verace Pizza e l’Associazione Pizzaiuoli Napoletani hanno portato all’attenzione internazionale la necessità di un riconoscimento di qualità della pizza napoletana, facendosi promotrici del Marchio STG – Specialità Tradizionale Garantita – marchio che certifica i prodotti alimentari che hanno una specificità connessa alla produzione secondo la tradizione di una zona.

Nel 2009 il Comitato Europeo delle denominazioni geografiche procede al riconoscimento della “Pizza Napoletana”, istituendo anche il primo organismo autorizzato alla certificazione: l’Is.Me.Cert. di Napoli e nel 2010 il riconoscimento diviene regolamento della Commissione Europea.

Il disciplinare europeo sulla pizza STG, stabilisce i ferrei criteri del processo di preparazione e della scelta degli ingredienti. Tra questi, la farina ricopre un ruolo importante, per le determinate caratteristiche merceologiche del grano selezionato e della sua lavorazione. La Farina di grano tenero “00” del Molino Caputo, usata per la pizza, ha ovviamente ottenuto il riconoscimento ufficiale.

Seppur sia importante che uno degli ingredienti principali della pizza, la farina, sia certificata, l’aspetto più rilevante e l’obiettivo finale di questo percorso di qualità, è la certificazione delle pizzerie, perché ciò rappresenta una  garanzia per il consumatore finale e per le stesse pizzerie.

Obiettivo raggiunto! Grazie al lavoro di Sergio Miccù, Presidente Associazione Pizzaiuoli Napoletani, ad oggi le prime pizzerie certificate STG a Napoli sono 16 e si sono certificate con la Farina Caputo:  Nando Vesi di Pizzeria Vesi, Tommaso Palumbo di Pizzeria San Gennaro, Michele Croccia di Pizzeria La Pietra Azzurra, Vincenzo e Raffaele Giustiniani di Pizzeria CapaTosta, Antonella Serapo di Pizzeria i Decumani, Marco Amoriello di Pizzeria dal Guappo, Gino Sorbillo di Pizzeria Sorbillo, Antonio Starita di Pizzeria Starita a Materdei, Enzo Cacialli di Il Pizzaiuolo del Presidente, Salvatore Di Matteo di Pizzeria Di Matteo, Salvatore Salvo di Pizzeria Salvo, Umberto Fornito di Antica Pizzeria Frattese, Luigi Cippitelli di Pizzeria Voglia di Pizza, Lello Magnetti di Pizzeria Grotti Bianche, Marcello D’Erasmo di Pizzeria Mammarosa, Ernesto Fico di Antica Pizzeria Donna Regina.

Prossimo appuntamento con il gusto e la tradizione della pizza: Pizza Village, dal 7 al 11 settembre, alla Mostra d’Oltremare di Napoli.

Era l’8 giugno quando uscirono le prime contestazioni da parte della Confconsumatori di Altamura riguardo un aumento del prezzo di vendita del pane (in media, 30 centesimi al chilo, con un incremento dell’20%, attestandosi a 1 euro e 80 al chilogrammo). Michele Micunco, presidente dell’associazione, in seguito a segnalazioni pervenute da parte di molti cittadini, cercava di richiamare all’ordine i panificatori promotori degli aumenti, chiedendo di considerare soprattutto due cose: il fatto che il pane è un bene alimentare primario e la continua perdita del potere d’acquisto delle famiglie, in seguito alla crisi economica. Giunge ora la risposta da parte di Nicola Caggiano, Direttore provinciale dell’Associazione Panificatori di Confesercenti, avallata dai risultati di una ricerca effettuata dall’associazione stessa sulla Borsa Merci della CCIAA di Bari. Senza mezzi termini, il Presidente parla di una ‘scelta obbligata’. In poche parole, l’aumento del costo del pane viene attribuito alle maggiori spese sostenute dai panificatori: farina, energia e costi di produzione. Addirittura, secondo l’Assopanificatori, l’aumento di vendita del pane è inferiore rispetto all’aumento delle materie prime e dei costi di produzione. Recita infatti la nota: “In alcuni panifici della città il prezzo non è mai calato e si mantiene da anni sui 2 € al kg., in molti altri era sceso, in media, a 1,50 €.”  Non dimentichiamo, inoltre, che il pane della cittadina in questione è un prodotto di tutto rispetto, anche se solo qualche quintale giornaliero è Pane DOP di Altamura. Forse sul prezzo di vendita non si arriverà ad un accordo, ma su un punto le intenzioni delle due associazioni sembrano convergere: rilanciare il marchio DOP, attraverso una verifica delle condizioni di produzione, la tracciabilità delle materie prime alla base delle produzioni locali, e soprattutto una determinante attività promozionale dell’Amministrazione Comunale e del Consorzio di Tutela del Pane di Altamura.